top of page

Tecnologie del XXI secolo, paure del Medioevo

  • Immagine del redattore: galizzetta20
    galizzetta20
  • 24 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Sta camminando veloce. Troppo. Le ombre si allungano. I passi non fanno rumore sul marciapiede bagnato. Il telefono stretto in mano. La posizione inviata all’amica. Ha smesso di ascoltare la musica. Troppo rischioso. Viviamo nel futuro eppure la paura che le artiglia il petto è antica di secoli.

2025. Un secolo fa si pensava che, a quest’ora, le auto sarebbero volate.

Abbiamo l’intelligenza artificiale.

Abbiamo robot umanoidi in grado di sostituire un neurochirurgo.

Abbiamo macchine che si guidano da sole.

Ma non abbiamo ancora la libertà di dire “no” senza temere la reazione.

E allora viene da chiederselo: “Che cos’è il progresso?” Come possiamo mandare robot alla scoperta di mondi lontani, quando nel nostro una ragazza deve ancora condividere la posizione con un’amica? 

Non si sa mai, si dice. Ma si sa. Si sa che non avremo più indietro il sorriso di Giulia Cecchettin. Si sa che Sara Campanella non indosserà mai la corona d’alloro. 

Perché qualcuno ha deciso così. 

Viviamo in un secolo che ci promette ‘rivoluzione’, che ci parla di ‘futuro’ 

Ma il futuro non è mai garantito. Ad  alcune ragazze è stato strappato via con una brutalità che nessuna tecnologia, che nessun “cordoglio”,  potrà mai riparare.

A Giulia è stato tolto il tempo di scoprire chi sarebbe diventata.

A Sara è stato tolto il giorno in cui avrebbe stretto la sua corona d’alloro.

Ad queste e a tante altre donne, i cui nomi non finiscono sui giornali, è stato tolto tutto: i viaggi che sognavano, le risate di una sera d’estate, la possibilità di immaginarsi adulte, libere, felici.

Secondo i calcoli ISTAT è emerso che oltre 2,4 milioni di donne – l’11,3% della popolazione femminile 16‑70 anni – negli ultimi 5 anni hanno subito violenza fisica o sessuale.

E tra le donne che lavorano, il 13,5% dichiara di aver subito molestie di qualsiasi tipo nella vita.

Dall'inizio del 2025 sono stati stimati 85 femminicidi in Italia. Questi numeri non sono solo statistiche. Sono vite strappate. Dolori che scavano nel petto. Lacrime di madri che da quella porta, da quella maledetta porta, non hanno più visto tornare la figlia.

Viviamo in una società così “evoluta” da spingere le vittime a nascondersi. A sentirsi umiliate. Ad essere colpevolizzate. A sentirsi dire di essersela cercata. Dove i fatti vengono nascosti sotto la sabbia dei tabu’. Perché è umiliante. Perché i panni sporchi vanno lavati in famiglia.

E i responsabili portati in palmo di mano come conquistatori. 

Quando non sono altro che predatori. Che anziché agitare clave sopra la testa lanciano fischi.

Gli psicologi spiegano che certe forme di violenza nascono da istinti antichi: il rifiuto viene percepito come una minaccia al proprio dominio, un’offesa e chi non sa gestire la frustrazione può sentirsi spinto a inseguire, controllare, “cacciare”.

Anche la cultura gioca un ruolo: chi cresce in ambienti dove il possesso o la violenza vengono tollerati impara che dire “no” non è un confine da rispettare, ma una sfida da superare.

Così nasce quell’ossessione di controllo, quel bisogno di imporre la propria volontà.

E proprio da questi meccanismi ai limiti del primitivo, che nascono gli avvertimenti di chi ci è già passato: occhi bassi. Non dare confidenza. Copriti!

Perché anche il solo sorridere, anche il solo rendersi attraenti, vuol dire automaticamente incoraggiare. Incoraggiare delle bestie a cacciare. 

E potremo inventare perfino astronavi ma se una donna non può tornare a casa senza la paura di non farcela, allora il futuro non lo vedremo mai.


Elettra Carrozza I BS

 
 
 

Commenti


bottom of page