Riscavare l'ombra della mafia: il caso della famiglia Buscetta
- galizzetta20
- 9 gen
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Spesso tendiamo a dimenticare il passato oscuro che ha segnato la nostra penisola, ma questa dimenticanza è un grave errore. Abbandonando la memoria storica, infatti, rischiamo di ripetere gli stessi sbagli. Nel periodo del dopoguerra, l’Italia era ancora segnata dall’ignoranza, forse dovuta alla mancanza di un’istruzione adeguata o alle profonde divisioni sociali dell’epoca. L’ignoranza, però, non era l’unico male che si diffondeva nel nostro Paese. Con essa camminava fianco a fianco un fenomeno silenzioso ma letale: la Mafia.
Senza l’ignoranza, la Mafia non avrebbe potuto prosperare. Col tempo, la consapevolezza della sua esistenza ha minato il suo potere, ma ciò non deve farci abbassare la guardia. È fondamentale continuare a informarci e a ricordare come la Mafia abbia rovinato e continui a rovinare la nostra nazione. L’obiettivo di tutti deve essere ricordare. Il caso della famiglia Buscetta è uno fra i tanti da rievocare.
Tommaso Buscetta, nato a Palermo il 13 luglio 1928, ha indirettamente portato alla distruzione della propria famiglia. Sin da piccolo dimostrava diversi valori mafiosi. Ebbe la sua prima figlia, Felicia, a soli 16 anni, dopo aver messo incinta la moglie Melchiorra. Entrò in Cosa Nostra a diciassette anni, nella famiglia di Porta Nuova. Con la nascita del secondo figlio, Benedetto, avvenuta quando Tommaso aveva vent’anni, decise di trasferirsi a Buenos Aires per aprire una fabbrica. L’attività durò solo due anni: tornò infatti a Palermo con la famiglia, nello stesso periodo della nascita del terzo figlio Antonio, dopo numerose discussioni con la moglie.
Nel 1958 le varie famiglie mafiose si scambiavano informazioni e favori, ma non esisteva alcun coordinamento provinciale né un vero governo complessivo della città, una struttura che mancava all’interno di Cosa Nostra. Fu proprio Tommaso, ispirandosi al modello di Cosa Nostra americana, a contribuire alla creazione della Commissione siciliana, che funzionò fino al 1963, anno della strage di Ciaculli. Tommaso fu indagato per questa strage, pur non avendovi partecipato, e cercò di fuggire in diversi luoghi.
Nel 1972 fu arrestato in Brasile e scontò otto anni di carcere; nel 1980 ottenne la semilibertà, che sfruttò per fuggire dalla sua seconda moglie Cristina. Da qui ebbe inizio la devastazione della famiglia Buscetta. Tutto partì dai Corleonesi, clan guidato da Totò Riina, spesso in contrasto con Porta Nuova. Nel tentativo di individuare la posizione di Tommaso, rapirono i suoi due figli, Benedetto e Antonio, nel 1982. Non ottenendo alcuna informazione utile, decisero di ucciderli brutalmente, riducendo i loro corpi in brandelli e dandoli in pasto ai maiali.
I Corleonesi uccisero anche Pino Genova, marito di sua sorella Felicia, e due suoi nipoti. Spararono in faccia a suo fratello Vincenzo ed eliminarono il marito di sua sorella Serafina, insieme a molti altri familiari. La famiglia di Tommaso fu distrutta. Dopo un tentato suicidio nel 1983, egli venne riportato in Italia, a Roma, e decise di collaborare con Giovanni Falcone nella lotta contro la Mafia. Ebbe un ruolo fondamentale nel Maxiprocesso grazie alle sue dichiarazioni. In una di esse illustrò le dinamiche che portarono allo scoppio della Seconda guerra di Mafia, cercando però di ridimensionare la ferocia dei membri del suo ex clan di Porta Nuova, sconfitto dai Corleonesi.
Malato di cancro, morì il 2 aprile 2000, all’età di 71 anni, in Florida, negli Stati Uniti, dove aveva vissuto gran parte della sua vita con la terza moglie sotto falso nome. Tommaso contribuì alla lotta contro la Mafia con le sue testimonianze, ma ciò non cambiò il fatto che la sua famiglia fosse stata distrutta a causa delle sue azioni. Le sue scelte erano ormai state fatte e non poteva sfuggire alle conseguenze.
Mattia Lembo V AS



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