Cecilia Sala: la prigionia e il legame indissolubile con l'Iran
- galizzetta20
- 8 feb 2025
- Tempo di lettura: 3 min
“Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”, scriveva George Orwell.
Ci sono persone che incarnano pienamente questo principio, pronte a sacrificare tutto pur di raccontare ciò che accade davvero nel mondo. Lasciano la loro casa, i loro affetti e le loro certezze, mettendosi a rischio per dare una voce a chi una voce non ce l’ha. Lo fanno per un ideale più grande di loro: l’amore per la libertà, quella più importante, di poter sempre dire la propria.
Una di queste è Cecilia Sala, la giornalista, scrittrice de “Il Foglio”, che ha recentemente fatto ritorno in Italia dopo ventuno giorni di detenzione nel carcere di Evin, a Teheran, in Iran, con l’accusa di aver violato le leggi della Repubblica Islamica.
Sala si trovava in Iran, terra a cui è da sempre molto legata, per registrare nuove puntate del suo podcast “Stories”, prodotto da Chora Medias, che quasi ogni giorno racconta una storia dal mondo, frutto del suo particolare interesse per le aree di crisi e le dinamiche geopolitiche.
Infatti, proprio il giorno prima dell’arresto era stato pubblicato un episodio del podcast dal titolo “Una conversazione sul patriarcato a Teheran”, in cui si discuteva della nuova legge iraniana su l'hijab. Storie forti, ma intrepide, proprio come chi le racconta.
La sua vicenda si è inevitabilmente intrecciata a quella dell’Ingegnere iraniano Mohammed Abedini, arrestato dalla polizia italiana su mandato statunitense, adesso rilasciato. Ma, al di là delle complicate trattative internazionali, la sua storia è diventata un esempio di coraggio e una testimonianza di una realtà, purtroppo, ben diversa dalla nostra.
Un giorno dopo il rientro in Italia, è stata lei a raccontare nel suo stesso podcast ciò che ha vissuto, ancora scossa e travolta da un turbinio di emozioni diverse.
Tutto è cominciato la sera prima della sua presunta partenza in Italia, quando degli uomini bussarono alla sua camera, dando inizio all’incubo. Dentro le fredde mura del carcere, per molti giorni è stata sottoposta all’isolamento, privata di ogni effetto personale, compresi gli occhiali, considerati potenziali armi. La giornalista ha raccontato di non aver avuto a disposizione neanche un materasso e un cuscino, costretta a dormire per terra, le poche volte in cui è riuscita. Infatti, ad Evin, viena praticata la cosiddetta “tortura bianca”, una luce a neon che illumina la cella tutto il giorno per impedire il sonno dei detenuti, facendo perdere loro la cognizione del tempo. Giorni durissimi, che sembravano infiniti. In questa solitudine, allora, Cecilia si è appigliata alle cose più insignificanti, per sopravvivere. Mentre racconta, ricorda uno dei pochi momenti in cui ha riso: quando, per la prima volta, ha visto il cielo da un piccolo cortile del carcere e ha sentito il verso buffo di un uccellino.
Sempre in questa lunga intervista, Sala ha dichiarato: “La cosa che più volevo era un libro, qualcosa che mi portasse fuori. Un’altra storia in cui mi potessi immergere e che non fosse la mia in quel momento”. E, finalmente, dopo alcune settimane, ha ottenuto nuovamente i suoi occhiali e un libro, “Kafka sulla spiaggia” di Murakami.
Qualche giorno prima del rilascio, la giornalista ha iniziato a condividere la cella con un’altra donna, Farzaneh, oppositrice della Repubblica Islamica con la quale ha stretto un legame indissolubile. Tant’è che il giorno della sua liberazione, la giornalista ha raccontato di aver provato gioia e stupore, ma anche tanto “senso di colpa dei fortunati”, quel peso che prova chi è nato nella parte giusta del mondo e sa di poter tornare a casa, lasciandosi alle spalle chi non ha questa possibilità. Le è difficile, infatti, smettere di pensare a tutte quelle persone che ancora vivono nelle stesse condizioni in cui era lei, a volte senza una data di scadenza.
E’ per questo che, nonostante tutto il dolore e le difficoltà, Cecilia certamente non smetterà di lottare per l’Iran, una terra che, purtroppo, non potrà rivedere molto presto. D’altronde, come lei stessa ha dichiarato: “Non è cambiata la mia comprensione del Paese e non è cambiata la mia affezione, non è cambiato il mio amore, il mio affetto. È aumentata la nostalgia ora che sono qui, ora che sono al sicuro, ora che posso guardare il cielo ogni volta che voglio”.
Marta De Gaetano 4 A



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